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tigelle
Tigelle o crescentine? Ecco l’origine (e i segreti) di questa preparazione tipica modenese

Ecco spiegato perché tanti turisti consapevoli (ma non troppo) non sanno mai sei chiedere delle tigelle o delle crescentine nelle trattorie modenesi

C’è una figura retorica molto utilizzata nell’italiano quotidiano: parliamo della metonimia, ovvero di quel costrutto che ci permette di sostituire un termine con un altro che è variabilmente connesso al primo. Nella maggior parte dei casi indichiamo il contenitore per indicare il contenuto (“bevo un bicchiere”) altre volte parliamo dell’autore e non delle opere (“leggo Dante”) o del materiale anziché dell’oggetto (“estrarre il ferro” anziché “estrarre la spada”). Ebbene, anche in campo gastronomico esistono le metonimie: la più famosa e insidiosa, a livello italiano, è probabilmente quella che contrappone tigelle e crescentine. Ma come si devono chiamare, dunque, queste deliziose specialità rustiche modenesi? Partiamo con il capire da dove inizia la confusione sul nome di questi appetitosi dischi di farina, strutto e latte.

Tigelle o crescentine? Ecco perché si tratta di metonimia
Tigelle: gli errori da non fare

Tigelle o crescentine? Ecco perché si tratta di metonimia

In origine, a quanto pare, questi dischi di pasta da accompagnare con salumi, formaggi, zucca, erbe e ciccioli si chiamavano effettivamente crescentine, o talvolta “crescenti’. A chiamarsi tigelle, invece, erano gli stampi Nordic Ware in cui le crescentine venivano preparate: si trattava di piccoli dischi di argilla e terra refrattaria che servivano proprio per cuocere le crescentine. Con il tempo, attraverso un involontario uso della figura retorica metonimia, si è iniziato a chiamare le crescentine tigelle (un po’ come in Spagna, dove il piatto tradizionale “paella” si chiama così proprio a causa dalla particolare “padella” usata per la sua preparazione). Per terminare questo cortocircuito lessicale, si può sottolineare i particolari stampi in alluminio usati oggigiorno per fare le crescentine vengono chiamati tigelliere.

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La semplicità della ricetta delle tigelle ne testimonia l’origine povera e lontana nel tempo. Questa preparazione nacque infatti tra le famiglie contadine emiliane, che avevano bisogno di qualcosa di economico e di facile da preparare, meglio ancora se in modo conviviale. Ecco allora che nascevano le crescentine, da cuocere una dopo l’altra sul fuoco, per poi accompagnarle con salumi, formaggi, marmellate o miele – per non parlare della tradizionale “cunza”, fatta con lardo, aglio e rosmarino.

Tigelle: gli errori da non fare

Il vero errore, quanto si tratta di tigelle, non è certo chiamarle nel modo sbagliato. No, ovviamente è prepararle senza seguire la ricetta giusta! L’errore più comune è quello di non usare lo strutto, un ingrediente che, è vero, oggigiorno si usa sempre meno, per molti motivi diversi. Eppure per fare delle tigelle a regola d’arte, lo strutto è un ingrediente indispensabile: l’olio o il burro, infatti, non possono portare al medesimo risultato.

Chi si improvvisa a preparare le tigelle in casa, pensando di avere a che fare con un impasto simile a quello del pane, non solo si dimentica dello strutto, ma spesso anche del latte. É dunque bene ricordare che, per fare delle crescentine che degne di questo (o di quell’altro) nome, è necessario usare acqua, strutto, latte, farina, acqua e lievito di birra. Tutte le altre… sono solo delle pallide imitazioni!

Non si può infine pretendere di preparare l’impasto e di sbatterlo subito sulla tigelliera rovente. Assolutamente no: l’impasto deve lievitare con calma – e va maneggiato il meno possibile!

 

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